Con misura, calcolo e peso

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Autorità Nazionale Anticorruzione

Il bene comune secondo l’Autorità Nazionale Anticorruzione

Il presidente dell’Authority Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone, in occasione di un incontro a tutto tondo sul tema “Non basta dire onestà” con i giovani del Sermig di Torino, ospite dell'Università del Dialogo, è stato invitato a chiosare quella che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva definito una “concezione rapinatoria della vita”, che attenta delittuosamente alla bellezza del vivere in comune. Se Mattarella aveva individuato l’antidoto alla degenerazione del ben-essere della società nel recupero delle virtù civili, nell’identità civica di diritti e doveri - che per il credente è condita dalla corrispondenza al modello etico evangelico -, Cantone invoca una rivoluzione della dignità: «La responsabilità di ciascuno di noi è quella di fare il proprio dovere con la dignità di avere sempre la schiena diritta al momento opportuno». Negli spazi dell'Arsenale della Pace di Torino echeggia un eversivo invito a corrispondere al proprio ufficio nel più banale dei modi, con adeguatezza. La ricetta del medico della Pubblica Amministrazione si risolve in una prescrizione di bene comune sotto il segno della concretezza e della speranza. L’Autorità Nazionale Anticorruzione – che abbiamo dovuto personificare, non sapendogli tributare rispetto altrimenti – si è limitata a portare all’altezza della vita di ciascuno la misura dell’onestà, trascrivendo l’inflazionato concetto di ‘bene comune’ in un modus operandi retto, che non abbisogna di slanci di eroismo gratuito. A ciascuno è dato in sorte di custodire un ufficio, di condurlo non nel migliore dei modi possibili e certo non nel peggiore, ma più semplicemente adempiendolo nel rispetto delle regole di un sistema complesso che richiede la cura del dettaglio per mostrare la bellezza del tutto. Il male – il secolo breve lo ha dimostrato – è banale, non risponde a nessuna fisiognomica, non ha la ‘grandezza’ dei demoni, ma il volto distratto e annoiato di un funzionario qualsiasi che ci assomiglia: «È difficile evitare il male quando questo si nasconde nelle fattezze ipocrite della normalità, del perbenismo, quando ha i tratti del formalismo», ha continuato Cantone. Pensare di poter compiere una ‘riscossa interna’ partendo dall’attitudine di ciascuno all’occupazione cui è quotidianamente chiamato mi sembra possa essere la migliore dilatazione del concetto di ‘bene comune’, che ha un’analoga densità forse solo nel versetto biblico: «Tu hai disposto tutto con misura, calcolo e peso» (Sap 11,20). Non è mancata nella nuova formulazione della morale civile di Cantone una stoccata alla minimizzazione delle piccole ruberie quotidiane: «Bisogna avere il coraggio di ripristinare alcune parole che il nostro lessico ha dimenticato, come la parola ‘controllo’. Il meccanismo secondo cui vedere il mio amico utilizzare il badge per far figurare come presenti colleghi assenti è semplice distrazione va corretto: è complicità. La società dei piccoli favori, nella sua banalità, non deve abituarci all’idea che tutto si possa comprare». La legge supplice alla durezza del cuore perché l’amore non ha bisogno della disciplina della norma. Per utopica che sia, una società dell’amore - concetto giuridicamente insignificante - non avrebbe bisogno di norme. Ma il nostro è il tempo dell’attesa e forse il bene comune ha a che fare con l’ambizione di tutti e di ognuno di potersi coricare, certi di non aver fatto né più né meno di quanto spettava.