La preghiera dell’uomo moderno

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Preghiera

Dalla disperazione del mondo alla speranza che è in noi

«La preghiera del mattino dell'uomo moderno è la lettura del giornale. Ci permette di situarci quotidianamente nel nostro mondo storico», scriveva Georg Wilhelm Friedrich Hegel. In un tempo che legge ‘moderno’ come ‘secolarizzato’, il giornale è il luogo dove per eccellenza sembra venire a crisi ogni fede. Tra le righe di un quotidiano davanti al caffè del mattino ogni tentativo di dare un senso a ciò che accade sotto il sole deve verificare la sua inconcludenza. Il senso, qualsiasi esso sia, che al termine di una giornata sembra pacificare il cuore prima di congedarlo nel riposo della notte, deve confessare la sua egocentrica miopia in quel rituale che porta sotto gli occhi di chi vive sicuro l’orrore o il ridicolo della storia.

Eppure il rischio più grande che il cristiano corre nel «situarsi nel mondo storico» è lasciarsi accecare da un abisso senza profondità, da un’immagine senza prospettiva e finire così per conficcare entrambi i piedi nelle sabbie mobili della disperazione. Potrebbe essere fin troppo facile cedere alla «tentazione della disperazione», alla straordinaria concretezza della storia che rifiuta come ingenua ogni fede non tanto e solo in un Creatore (che giudica lontano e indifferente), quanto nelle sue creature, ma(r)cchiate dalla morte sempre più che dalla vita.

Ogni seria considerazione sulla missione del cristiano o dell’uomo moderno — che non vuole e non può essere l’uomo secolarizzato — deve passare attraverso i report giornalistici della crudeltà e dell’indecenza, e lì deve saper verificare la sua coerenza, illogica, ma reale.    Se mai si potesse dire che il travaglio del mondo ha un senso, si dovrebbe osare riconoscere che la disperazione deve avere una fine e quella fine è nell’impegno per trasformare il mondo. Capita invece di finire per relegare la testimonianza agli sparuti momenti privati in cui si sa bene di trovare nell’altro una sensibilità altrettanto pavida. L’annuncio di una Buona Novella, che è annuncio di speranza, finisce così per scollarsi sempre di più dai modi e dai tempi con cui, indossati gli occhiali devianti del secolo (che siano il giornale, la televisione o un portale virtuale), si ricevono notizie dal mondo.

Che la disperazione non sia in sé, ma in me è la più grande scoperta che possa rivoluzionare la capacità del cristiano di leggere la realtà: «Non quello che entra nella bocca rende impuro l'uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!» (Mt 15, 11). Armato della Parola da cui sgorga la vita, il cristiano sa che si prega non solo nel chiuso di una stanza o di una sagrestia, ma nel farsi della propria vita, che va dall’equo pagamento dell’affitto di un monolocale che affaccia sul Colosseo al timbro del badge in ufficio e arriva, passando per la scelta di mettere in una scatola un’identità incompresa, ad esigere la verità, contro ogni manovra diplomatica, sulla morte di un Cristo del nostro tempo, crocifisso per un’idea troppo precisa di ‘salvezza’.

Non è difficile vivere in balia della disperazione, mostrare a dito le sue ragioni, dimostrarle forse e riconoscergli l’inoppugnabilità dei fatti. Il punto per un cristiano è affrontare fino in fondo la domanda: puoi dire di avere una speranza che ti fa vivere? Sai leggere tra le righe il segreto custodito nella promessa della salvezza? Alle domande cruciali della vita si finisce sempre per rispondere con l’intera esistenza: «Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza».

Questo è il tempo dell’annuncio, «Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3, 14-15).