Nella stanza di una donna

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Virginia Woolf, anni addietro scriveva: “Una donna ha bisogno di una stanza tutta per sé per scrivere romanzi”, ma esattamente qual è questa stanza? Un luogo fisico, un posto dove vivere la propria solitudine o semplicemente una stanza intesa come un sentirsi in pace con se stessi e col mondo che ci circonda?

Esattamente, quale universo inimmaginabile si nasconde in una donna? Davvero quell’insieme di gesti, movimenti, parole, smorfie e pensieri si può racchiudere in una stanza? Forse non basterebbe nemmeno un hangar per poter ospitare tutto quell’uragano caleidoscopico che rappresenta una donna.

Se ripercorriamo la storia, possiamo scoprire il mondo delle suffragette, magari proprio grazie al film Suffragette (al cinema in questa settimana) in cui scopriamo uno dei movimenti che ha cambiato il mondo e ha permesso che venisse riconosciuto il diritto al voto anche alle donne. Nel cast, donne eccezionali come Carey Mulligan (la Daisy della pellicola Il Grande Gatsby) e Helena Bonham Carter (la Bellatrix di Harry Potter), guidate da un’immensa Meryl Streep che ancora una volta scende in campo per interpretare una donna che si è costruita da sola e che è stata capace di illuminare, con la propria luce, il cammino di tutte quelle che sono venute poi. Dopo la Lady di ferro Margaret Thatcher, infatti, la Streep recita ora nel ruolo di Emmeline Pankhurst, capo del gruppo che venne chiamato ironicamente dalla società inglese “Suffragette”. In 106 minuti, guidate dalla regista Sarah Gravon, il fascino british travolge tutti e fa riflettere su quanto le cose non siano cambiate affatto, nonostante sia passato più di un secolo.

Dal 1903, all’inizio del movimento, la battaglia delle suffragette verrà vinta solo nel 1928, ovvero un quarto di secolo più tardi, in cui nessuna di quelle donne ha smesso di lottare per proteggere il futuro del cosiddetto “sesso debole”, che tanto debole non è, anche a costo di perdere le persone più care che le circondavano. La storia attraversa un periodo molto delicato, che parte dalle luci sfavillanti e la ricchezza sia artistica che economica della Belle Époque, scavando a fondo fino ad arrivare a scoprire un disagio che corrode l’intera società e che avrebbe portato nel giro del decennio ad un sanguinoso conflitto mondiale.

 Il film è commovente, travolgente, arguto e stimolante allo stesso tempo e riesce a conquistare ogni spettatore, uomo o donna non conta, dimostrando che forse è vero che oltre alle gambe c’è di più. Perché ci sono capelli dai mille tagli e colori, occhi che brillano anche quando sono rossi di lacrime, bocche carnose e suadenti capaci di incantare il mondo, mani che danno la vita e danno amore in ogni singolo gesto.

E poi c’è quel cervello niente male, quello rende la donna una persona così amabile, quella capacità di essere sempre così ricca di risorse anche quando le sembra di aver toccato il fondo, il modo in cui riesce a gestire dolori fisici compresi nel pacchetto femminilità senza aver paura, il coraggio di chi decide di essere madre e di scendere in campo ed essere fiera del proprio sesso tutti i giorni, non solo una volta all’anno.

Prendiamo esempio dalle suffragette, tutti, senza distinzione di sesso, razza o religione. Cerchiamo di essere capaci di guardare oltre, di curare quel bel fiore ogni giorno, di amarlo come il Piccolo Principe amava la sua rosa, solo così quella battaglia iniziata 113 anni fa  e mai conclusa definitivamente, potrà avere dei risultati concreti e duraturi.