Verità e politica nell’era della post-verità

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Hillary Clinton e Donald Trump

«L'oggetto di queste riflessioni è un luogo comune. Nessuno ha mai dubitato del fatto che verità e politica siano in rapporti piuttosto cattivi l'una con l'altra e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche». Nel 1967 Hannah Arendt metteva a tema queste «questioni scomode» e si interrogava su quanto una «verità impotente» potesse essere più disprezzabile di un «potere che non presta ascolto alla verità». Da allora, nell’opinione comune, non soltanto si è consolidata l’idea che verità e politica siano spesso in rotta di collisione, ma sembra essersi fatta spazio negli eletti e negli elettori con naturalezza l’idea che sia necessario rinunciare consapevolmente alla verità in favore delle opinioni. Da un punto di vista procedurale, ciò è legittimo, perché il potere in ogni prassi democratica si esercita sulla base non della verità, ma delle opinioni dei singoli, tanto che la risoluzione politica di un parlamento nazionale o di una riunione condominiale avviene non sulla base di un criterio di verità, ma sulla regola della maggioranza.

Eppure le derive a cui il sistema democratico va incontro sono quelle descritte con pungente acume nel 2004 da Ralph Keyers, che ha pubblicato negli Stati Uniti The post-truth era (L’era della postverità). Keyers propone di descrivere il nostro tempo e il tempo delle democrazie occidentali come il tempo della postverità, in cui si tende a non credere più ai fatti nel dibattito politico, ma alle menzogne pronunciate con risolutezza. Keyes definisce la menzogna come «un’affermazione falsa, fatta in piena cognizione di causa con l’obiettivo d’ingannare» e aggiunge ai concetti di vero e falso, considerati non più esaurienti dei valori veritativi di un’affermazione, una terza categoria di opinioni ambigue che sono meno di una verità e più di una falsità, proponendo di chiamarla «enhanced truth» (verità truccata), «neo-truth» (neo-verità), «soft-truth» (soft-verità), «faux truth» (verità finta), «truth lite» (verità light).

Un esempio di questa prassi politica è una delle campagne referendarie a sostegno della Brexit che sosteneva che Londra versasse all’Unione Europea 350 milioni di sterline alla settimana e millantava la loro dirottabilità sul servizio sanitario nazionale una volta compiuto lo strappo da Bruxelles. All’analisi dei fatti (fact checking), risultano false sia la cifra sia la promessa, ma ciò non ha impedito di farne uno dei cavalli di battaglia dei comitati pro-Brexit. Ma è nell’America del dibattito presidenziale che tutte queste contraddizioni vengono a crisi e il testimone della post-truth, come osserva Pierre Haski, giornalista del settimanale francese L’Obs, è passato a Donald Trump. In un continuo rovesciamento dei piani, tra il serio e il faceto, il ring su cui si sono affrontati nel primo dei tre duelli televisivi i candidati al ruolo di successore di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti ha visto sfoggiare tutta l’indifferenza della politica alla verità.

Di fronte a una rapsodia che procura allo spettatore le vertigini (a patto di non voler mettere in questione il proprio senso di realtà), dovremmo forse tornare a domandarci che cosa può recuperare alla politica la sua dimensione se non di verità, almeno di umanità. Se il carattere di ogni totalitarismo, così come l’aveva stigmatizzato la Arendt, è fabbricare la verità e se dalla verità è pur necessario che la politica si tenga distante per non incorrere nel conflitto come unico modo di mediare istante assolute e non negoziabili, è necessario domandarsi quale contenuto di verità la politica può e deve porre nel suo orizzonte di senso per essere riabilitata nelle sue funzioni vitali. Sembra emergere con chiarezza e distinzione alla mente di chi si pone questa domanda che solo il concetto di bene comune, scrostato della retorica che lo ha disincarnato, può porre la politica di fronte alla sua verità e costringerla ad operare scelte che abbiano un impatto reale sulla vita quotidiana dei cittadini. Non l’acrimonia di una delle battute al veleno che Hillary Clinton e Donald Trump si sono scambiati sul ring di fronte a un’America assetata di sangue, ma una nuova discussione sulla verità del bene comune che passa attraverso una seria analisi dei fatti, dei problemi e delle soluzioni. Solo se la politica recupererà questa sua dimensione veritativa potrà davvero recuperare il suo decoro, la sua dignità e la sua utilità e dire, dopo aver fatto tutto quello che gli è stato ordinato: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17, 10).