Un ponte umano, orizzonte di speranza

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Veglia

Empatia, affidamento, speranza. Queste potrebbero essere tre parole buone per descrivere quello che è successo questa sera a Cracovia. Tre tra tante. Empatia. Quella del Papa, prima di tutto. Un uomo, un vescovo, una guida che sa mettersi in ascolto del battito del cuore di chi gli sta accanto. Che chiama in causa tutti ugualmente, ma non come massa, bensì come singoli. Che si rivolge ad ognuno con un linguaggio e con parole capaci di parlargli nel profondo. Un papa che accarezza con gli occhi, con la voce, con i gesti i più fragili, sempre. Che ridona loro dignità, mai a discapito di qualcun altro, piuttosto, chiamando a compartecipare a questa carezza, a questa attenzione, tutti e ognuno. Un papa che ha ringraziato i ragazzi che hanno raccontato la propria storia di fragilità e di rinascita, attraverso l'incontro con la misericordia. Un papa che ci insegna come l'uomo può dismettere gli abiti della svalutazione propria e altrui per imparare l'arte del sapere valutare, nel senso di "dare valore" ad ognuno. 

E tra quegli ultimi, il Papa si è soffermato particolarmente sui Siriani presenti e su tutti quelli che hanno dovuto abbandonare le proprie case, la propria terra, fuggire. Senza una meta precisa o senza poter raggiungere la propria meta. "Per noi - ci ricorda il Papa - il dolore, la guerra che vivono tanti giovani non sono più una cosa anonima. Hanno un nome, un volto, una storia, una vicinanza". E quando riusciamo ad andare oltre gli schermi della nostra vita, oltre il cellulare, oltre il computer, quando prendiamo contatto con la vita, con le vite concrete e non mediatizzate, ci succede qualcosa di forte. Basta città dimenticate! Niente è più prezioso della persona che abbiamo accanto. Tutti sentiamo l'invito a coinvolgerci: mai più deve succedere che fratelli si trovino ad essere circondati dalla morte, sentendo che nessuno li aiuterà. 

Affidamento. Preghiera. Quella a cui il Papa ci chiama con puntualità, anche questa sera, come ogni giorno. Preghiera che si fa silenzio. Silenzio in cui ognuno ha affidato le lotte che porta con sé. Molti i silenzi di questa GMG, carichi di significato, intensi, vissuti fino all'ultimo istante. Perché se non ci si ferma, come si fa a ripartire? Silenzio che si fa promessa di vita. Promessa di vita che si fa speranza. 

Speranza, appunto. "Volete essere imbambolati, volete che altri decidano per voi?" Ci chiede Francesco. "Volete lottare per il vostro futuro? Essere liberi, svelti?" E allora non pensiamo che la felicità stia nei divani! Sì, perché nella vita c'è una paralisi molto pericolosa e spesso difficile da identificare: quella che nasce quando si confonde la felicità con un buon divano. La "divano-felicità" ci rovina e ci logora! E a poco a poco ci ritroviamo imbambolati, intontiti, tanto da permettere ad altri di decidere il futuro per noi. Ma noi non siamo venuti al mondo per vegetare, piuttosto per lasciare un'impronta. C'è tanta gente che non ci vuole bene, che non ci vuole liberi. Dobbiamo difendere la nostra libertà, ci dice il Papa. Sapendo che non siamo soli, perché Gesù è signore del rischio, del sempre oltre. Ci vuole una dose di coraggio per accettare la sfida dell'oltre. Per calzare gli scarponcini e andare su strade mai sognate, seguendo la pazzia del nostro Dio che ci insegna a incontrarlo nell'affamato ma anche nell'amico che è finito male, nel vicino che è solo. Il mondo ha bisogno solo di giocatori titolari, non c'è posto per riserve! 

Speranza è lo stile con cui Dio stesso ci prende per mano: perché quando ci chiama non pensa a ciò che eravamo, ma guarda a quello che potremo fare, a tutto l'amore con cui saremo capaci di contagiare il mondo. Dio scommette sempre sul futuro, ci proietta verso l'orizzonte, mai nella teca di un museo! Speranza e opportunità. Noi siamo l'opportunità per molti adulti, anche potenti di scoprire quanto è più facile costruire ponti che innalzare muri. E, mentre il Papa pronunciava queste parole, la speranza è corsa tra le nostre mani, mentre ci stringevamo in uno sterminato ponte che ha abbracciato tutta la piana. Un ponte umano, un ponte primordiale, come lo ha definito Francesco. "E se restassimo con la mano tesa, senza che nessuno ce la stringa?" Non importa, perché chi non rischia non vince. Il Papa non ha dubbi, e neanche noi. E infine, per noi questa notte la speranza è stata quella che si è accesa nell'adorazione e nelle mille luci che a poco a poco hanno infiammato d'oro e argento la distesa sconfinata di giovani che si staglia contro il crepuscolo del cielo. E allora davvero, oggi qui, aspettando l'alba, che il Signore benedica i nostri sogni!