Gli sposi beati

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La beatificazione di Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, prima coppia di sposi nella storia della Chiesa a essere elevata all'onore degli altari per le virtù vissute nella vita coniugale e familiare, viene proclamata proprio nei giorni che vedono riunite a Roma alcune decine di migliaia di famiglie per festeggiare il ventesimo anniversario dell'esortazione apostolica Familiaris consortio. Potremmo quasi dire che la vita matrimoniale di Luigi e Maria, il loro sforzo di amarsi nel rispetto del vincolo sacramentale, il loro impegno educativo, la loro capacità di incarnare le virtù evangeliche perché fossero di esempio per i figli, la loro vita di spiritualità con e per la famiglia, la loro perseveranza per affermare la soggettività sociale dei nuclei familiari, costituiscono quasi una sorta di anticipazione vissuta e condivisa di quanto, trent'anni più tardi, verrà affermando Giovanni Paolo II nel suo documento sui "Compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi". Per sottolineare la coerenza educativa e l'attenzione vivissima di Luigi e di Maria nei confronti dei loro quattro "ragazzi" sarebbe facile accumulare, una sull'altra, le molte centinaia di lettere scritte da entrambi in oltre mezzo secolo. Il voluminoso carteggio tra genitori e figli inizia con una lettera scritta da Maria a Filippo (don Tarcisio) il figlio primogenito, il 22 maggio 1913, per concludersi con un breve scritto, sempre di Maria ma questa volta al figlio Cesare (padre Paolino), il 13 agosto 1965. In questi 52 anni di scambi epistolari si coglie una ricchezza e una varietà di argomenti e di riflessioni tali da presupporre un'altrettanta fecondità di esperienze concrete.
Una sintesi immediata e significativa dell'atteggiamento dei coniugi nei confronti dei figli ci viene offerta da Maria stessa nel suo volumetto Radiografia di un matrimonio, scritto nel 1952, in occasione del primo anniversario della morte del marito. In un capitolo, intitolato appunto "I figli", scrive: "Dalla nascita del primo, ci demmo ad essi, dimenticandoci in loro. Le prime cure, i primi sorrisi, le risatine gioiose, i primi passi, le prime parole, i primi difetti che si manifestavano preoccupandoci. Studiammo libri di pedagogia infantile, cercammo di migliorarci noi, correggendo difetti, moderando il carattere, per amore di loro. Facemmo sempre in modo che si divertissero fra loro, senza che altri - non curati così - potessero guastare il nostro, certo imperfettissimo, ma scrupoloso lavoro. Poi la scuola. Poi lo scoutismo che ne continuava, completandola, la formazione e li preparava alla vita. Li vegliammo di giorno e di notte, gelosi che elementi mercenari potessero in qualche modo offuscarne le anime. Sentimmo che avevamo una tremenda responsabilità di quelle anime di fronte a Dio stesso che ce le aveva affidate, alla Patria di cui volevamo farne amorosi figlioli. Li allevammo nella fede, perché conoscessero Dio e lo amassero. E fu questa conoscenza che li attrasse, che - nonostante le manifestazioni personali dei loro differenti caratteri, vivacissimi ma sani - poté ispirare loro, a nostra insaputa, le rispettive "chiamate". Fummo loro vicini conversando, chiarendo dubbi, correggendo i difetti dei loro temperamenti. Vivemmo col desiderio di ispirare loro confidenza. E l'ottenemmo, perché la fiducia che vedevamo e la sincerità tra i loro genitori, fecero un po' un tutto unico di noi due con loro. Avremmo indubbiamente sbagliato tante volte, perché "l'arte delle arti" non si esercita senza serie difficoltà. Ma una cosa è certissima: come un'anima sola, aspirammo al loro migliore bene, rinunziando a tutto ciò che poteva portare qualche danno ad essi, anche se doveva costarci qualche privazione. Ma la gioia della dedizione compensò largamente tutto il resto, poiché è gioia divina. E i dolori e le fatiche morali dell'educazione, che rappresentano altrettanti dolori della nascita, che Dio diede alle mamme, quei dolori squisitamente soprannaturali che padre e madre, senza narcotici, sanno affrontare per i loro figli, si dimenticano ben presto per la gioia di aver formato anime che, nonostante le loro imperfezioni, desiderano sopra ogni altro valore, esser "figli di Dio"". Maria Beltrame Quattrocchi fu tra i pochissimi che, nei primi decenni del secolo scorso, avvertirono profeticamente la necessità di un impegno sociale da parte delle organizzazioni cattoliche. Non a caso padre Agostino Gemelli e Armida Barelli, i fondatori dell'Università Cattolica, erano spesso graditi commensali di casa Beltrame Quattrocchi a Roma. E non a caso Maria fu chiamata a militare fra i Responsabili dell'Azione Cattolica Femminile, come membro del Consiglio centrale dell'Unione Femminile Cattolica Italiana. E oggi - nel celebrarne la beatificazione - possiamo dire che con la loro vita, con le loro opere, con il loro esempio, con i loro scritti, con la coerenza della loro storia coniugale e familiare, Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi hanno davvero contribuito a "costruire la Chiesa".
 

di Maria Pia Baracchini
(da Graffiti, 7-2001)