DI CHI È IL BENE COMUNE?

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Un compito singolare per visioni sostantive plurali

Il ‘bene comune’ è sostanzialmente ambiguo. La categoria su cui più di ogni altra la nostra società trova l’accordo quando vuole riempire di un contenuto la politica o quando si interroga sulle ragioni di esistenza della società umana è esposta a un fraintendimento di fondo. L’universo simbolico e pratico che il concetto di ‘bene comune’ evoca non è lo stesso per chi ora ne sta scrivendo e per chi in un altro ‘ora’ lo sta leggendo, anzi potremmo senz’altro dire che è sostanzialmente diverso per ciascun individuo che voglia qui soffermarsi a coglierne la radicalità. Infatti, a meno di non volerlo ridurre a uno slogan, è assolutamente semplicistico pensare di poter puntare il Nord della bussola sociale sulla categoria di ‘bene comune’. Piuttosto nell’ambiguità del concetto di ‘bene comune’ si annidano tutte le contraddizioni e tutti i conflitti della società moderna, che trova la sua identità nell’impossibilità di fornirne (solo) una.

La ragione filosofica dell’ambiguità della categoria di ‘bene comune’ riposa sul fatto che essa è propria di un’etica sostantiva, di un’etica cioè che risponde in modo univoco e coerente alla domanda che la origina: «Qual è il bene della persona?». In altri termini, il punto è che il bene «si dice in molti modi» e solo se non si coglie la pluralità che questa nozione tiene in pancia si può ritenere il ‘bene comune’ un’idea chiara e singolare, capace addirittura di indicare un contenuto che sia politico, sociale o economico.

La prima dimensione di contestualizzazione della parola ‘bene’ è naturaliter privata, perché ciascun essere umano riferisce in modo più o meno diverso alla propria particolare esistenza la possibilità di stabilire che sia preferibile, quindi bene, il verificarsi di una data situazione sulle altre. Nella formula ‘bene comune’ l’esposizione potenzialmente infinita del concetto di ‘bene’ fa a pugni con la necessità di una sua declinazione universale e universalizzabile, non più relativa alle singole identità, ma riferibile a una dimensione assoluta dell’esistenza che si intende su una serie di questioni di fondo: cosa è bene, cosa è umano, cosa è la ‘vita buona’.

Il Concilio Vaticano II ha fornito una definizione di ‘bene comune’ che rende lampante la preliminarietà della domanda sul senso rispetto a ogni altra istanza sociale e in senso pieno politica. Ispirandosi alla Mater et magistra e alla Pacem in terris, la Chiesa conciliare ha ritenuto nella Gaudium et spes (n. 74) di definire il bene comune come «l’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni, il conseguimento più pieno della loro perfezione».

Come è possibile allora in una società che fa della pluralità la sua condizione di esistenza parlare di ‘senso’ e non di ‘sensi’, di ‘perfezione’ e non di ‘perfezioni’? Senza volere e senza potere far valere un principio di coercizione che roussenianamente vede la volontà individuale cedere alla volontà generale, è piuttosto urgente ricorrere a quella che il card. Angelo Scola definisce come «l’intelligente proposta» di Jacques Maritain, nel suo discorso all’Unesco del 1947 (La voie de la paix): «In quell’occasione, Maritain affermò che, stante la pluralità irriducibile degli attori sociali, l'ambito politico deve puntare a convergere verso un ‘pensiero comune pratico’, cioè uno ‘stesso insieme di convinzioni volte all’azione’. Il che implica accettare l’inevitabile divergenza delle visioni del mondo, scommettendo al contempo sulla possibilità di intendersi concretamente sul da farsi. Questo non vuol dire rinunciare al piano della giustificazione teorica dell’agire pratico: sarebbe una scelta nullista. Significa piuttosto riconoscere che l’ambito politico non necessita, per essere in buona salute, del consenso totale (assai improbabile) intorno a visioni sostantive della vita».

Recuperando al ‘bene comune’ la sua dimensione reale più che ideale, ‘abbassandolo’ per certi versi all’altezza della quotidianità e sottraendolo all’alone di mistero che ne fa una bandiera più che un’abitudine, il compito è quello di condividere non una «visione sostantiva della vita», ma una narrazione reciproca, fondata sulla condivisione di una cittadinanza umana alla quale non possiamo abdicare.