L’ALBA DEL GIORNO DOPO

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Sepolcro vuoto

Della Pasqua, nei giorni immediatamente successivi a Pasquetta, rimane il dissidio tra chi vive nel tempo e chi concepisce l’eternità (Qo 3, 11). All’alba del giorno dopo, il sepolcro in cui si è infilata la tua vita è abitato dallo stupore frammisto a incredulità di fronte al concepimento di ‘una’ risurrezione, quello stesso stupore che mise il riso sulla bocca degli uomini riuniti nell’Areopago di fronte a Paolo: «Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: ‘Ti sentiremo su questo un'altra volta’» (At 17, 32).

Non è bastata la liturgia della Pasqua a portare la tua vita fuori dal Venerdì Santo. Non è bastata la celebrazione della Risurrezione a portare nei tuoi occhi, piene delle lacrime e del sangue di questo tempo, il riflesso di un mondo che rinasce a se stesso. La Risurrezione appare ai nostri occhi mondani il problema molto più che la soluzione.

Eppure il tempo della Pasqua insegna che «per sapere chi sia Dio devo solo inginocchiarmi ai piedi della Croce» (Karl Rahner). La nostra colpa è aver disinnescato la potenza del mistero. La nostra abitudine a scrutare con occhi indiscreti il fuori per non dover penetrare gli abissi del dentro. Isaia sussurra ai nostri orecchi: «Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55, 6-9).

La Risurrezione nel tempo che comincia dopo la Pasqua è un compito che chiede di essere portato a compimento nella vita di ogni cristiano gravato dal peso di ‘una’ croce. Il testamento dell’Amore senza confini che vince la morte, in cui è depositato il senso di quella che è solo «un’immagine dell’agonia», non ha il suo culmine quaresimale negli eventi liturgici del triduo pasquale. L’esplosione della Vita, che è incapacità del sepolcro di avere ogni potere su di essa, insegna a un tempo la necessità di passare dal luogo del cranio, ma di farlo con lo sguardo fisso sulla meta. L’interpretazione autentica della Risurrezione va al di là di ogni celebrazione secolare della rinascita, come stagione solare, affronta a viso aperto l’oscurità della tenebra, la disperazione della caverna, ne vive il dramma, ne sopporta la croce, ma riconosce come sua patria una destinazione ulteriore.

Alla morte, dall’alba di questo giorno nuovo, spetta il compito di fare sintesi, di insegnare l’immensità del vuoto che abitiamo per trasfigurare il nostro cuore di pietra in un cuore di carne, che ci spinga a prendere in carico l’umanità in preda alle convulsioni e vivificarla, per donare, persino al dolore, una goccia «di splendore, di umanità, di verità».

C’è un desiderio di vita che pulsa nell’antro del sepolcro che abbiamo arredato che nessuna morte può sopire. Che la Pasqua ci abbia almeno insegnato che il lascito della fine non è la disperazione, ma la speranza, perché morire serve, anche a rinascere.