PERCHÉ ANDARE A VOTARE?

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di Michele Azzoni* - Il prossimo 4 dicembre saremo chiamati alle urne per il referendum costituzionale. Ma cosa vuol dire votare per questo tipo di consultazione elettorale? Che differenza c’è con il referendum abrogativo?

Il referendum costituzionale è una forma di consultazione elettorale, prevista espressamente dall’art. 138, 2° comma, della Costituzione, di tipo eventuale. Infatti, perché una revisione costituzionale venga sottoposta al vaglio referendario è necessario che sussistano due requisiti: in primo luogo che la riforma non sia stata approvata, in seconda deliberazione (Camera e Senato sono chiamati a votare due volte ciascuna il testo di revisione), dai 2/3 dei membri di ciascun ramo del Parlamento, ma solo dalla maggioranza assoluta, ossia dal 50% più uno dei componenti di ciascun ramo; in secondo luogo che entro tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge di revisione costituzionale ne facciano domanda 1/5 dei membri di una delle due Camere o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Requisiti che, nel nostro caso, sussistono. Inoltre il referendum costituzionale ha la funzione di permettere ai cittadini di approvare la revisione della Costituzione, così come “varata” da entrambi i rami del Parlamento, qualora non sia stata votata dai 2/3 ma solo dal 50% più uno dei membri, quorum che, in ogni caso, è maggiore rispetto a quello ordinario. Inoltre, in questo tipo di referendum i cittadini non sono chiamati ad abrogare una qualche legge – ossia non sono chiamati a “cancellare” una legge – bensì ad approvare l’entrata in vigore della revisione del testo della Costituzione, così come proposta dal Parlamento. Quindi, votando «sì» verrà approvata la riforma, votando «no», invece, si lascerà il testo invariato.

Una delle caratteristiche che contraddistingue questo tipo di referendum rispetto a quello di tipo abrogativo è data dal fatto che, in questo caso, la validità del risultato è indipendente dal raggiungimento di un quorum partecipativo: in parole più semplici, non è necessario, perché il risultato produca “effetti”, che vada a votare un numero minimo di cittadini. Quest’ultima caratteristica lo rende quindi differente dai ben più frequenti referendum abrogativi (come quello sulle trivelle o quello sull’acqua, per intenderci) nei quali, se vota un numero inferiore al 50% più uno degli aventi diritto, l’esito del voto non ha alcuna incidenza. Quindi, che vadano a votare in 5 o in 50 milioni, il risultato del voto produrrà certamente effetti. Non c'è alcun motivo, dunque, per farsi prendere dalla paura – comunque sempre poco giustificabile – che lo sforzo di andare al seggio possa rivelarsi inutile. Questo è il primo motivo “tecnico” per cui è importante andare a votare domenica prossima. Ma non è l’unico.

Ci sono altre due ragioni che dovrebbero indurci ad andare a votare il 4 dicembre: innanzitutto il fatto che la Costituzione è un testo importante e la sua revisione deve quindi essere ponderata e condivisa dal maggior numero possibile di cittadini se, come in questo caso, sono chiamati ad esprimersi con il loro voto sulla riforma; in secondo luogo il fatto che l’Azione Cattolica educa al bene comune: questo vuol dire – richiamando le parole di un grande testimone quale è Vittorio Bachelet – educare «al senso di una partecipazione responsabile alla comunità politica»; partecipazione che senz’altro passa anche attraverso il voto consapevole. Qui la posta in gioco non è “Renzi al Governo o Renzi a casa”, ma è molto più importante: il funzionamento futuro del nostro Stato che, a seconda dell’idea che ciascun socio ha liberamente e consapevolmente maturato, può risultare più o meno efficiente.

Qualunque sia l’esito che leggeremo sui giornali il 5 mattina (o direttamente la notte dello spoglio, per chi è solito seguire le “maratone elettorali”) una cosa è certa: non dobbiamo perdere quello stile partecipativo e dialogato che ha contraddistinto la grande famiglia di Ac, dai più giovani ai più anziani, durante questa campagna referendaria; uno stile bello che dimostra quanto l’Ac abbia a cuore il futuro del proprio Paese.

Come ha detto il Presidente nazionale, Matteo Truffelli, in una recente intervista rilasciata ad Avvenire, dopo il 4 dicembre, «vinca il “sì” o vinca il “no”, ci sarà in ogni caso una democrazia da rigenerare» e questa rigenerazione dovrà vedere anche l’impegno diretto di noi giovani; non dobbiamo dimenticarci, infatti, quanto sia importante educare ad una partecipazione responsabile, proprio come indicava Bachelet.

*Dottore in Giurisprudenza, già membro Equipe nazionale Msac