Dietrich Bonhoeffer

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La testimonianza, che ha condotto Dietrich Bonhoeffer alla cattedra universitaria di Berlino alla forca di Flossenbürg all'età di 39 anni, può essere scandita in tre tempi ai quali si può applicare - come suggeriva il pastore francese André Dumas - la celebre metafora di Nietzsche delle "tre metamorfosi dello spirito". Lo spirito umano, dice Zarathustra, diventa anzitutto cammello, poi da cammello diventa leone, infine da leone diventa bambino.
Così è successo a Bonhoeffer, che prima è diventato "cammello", ha cioè accumulato un vasto sapere accademico, dimostrandosi capace di rielaborarlo criticamente e di avviare la costruzione di un discorso nuovo: a 25 anni era già docente universitario nella più prestigiosa Facoltà teologica dell'epoca. Egli si accorse però ben presto che nessuna teologia, per quanto innovativa, avrebbe potuto, da sola, suscitare un cristianesimo militante e confessante all'altezza dell'emergenza creata dalla vittoria del partito e dell'ideologia nazista.
Perciò Bonhoeffer abbandonò l'università e divenne "leone", cioè si buttò anima e corpo nella lotta della chiesa confessante, rendendo al suo servizio una testimonianza di grande audacia spirituale e di alto profilo politico: in una cultura sempre più dominata dal nazionalismo, promosse l'internazionalismo delle chiese e dei popoli; in una società sempre più militarizzata nell'animo e negli arsenali, si dichiarò apertamente pacifista esortando i cristiani a "osare la pace per fede"; in una chiesa ancora fortemente caratterizzata in senso confessionale partecipò liberamente e attivamente alle iniziative degli organismi giovanili del movimento ecumenico; in mezzo a un popolo stregato da Hitler tanto da accettare supinamente il programma di annientamento del popolo ebraico concretamente avviato con il "paragrafo ariano" che escludeva dai pubblici uffici gli ebrei e tutti i cittadini di ascendenza ebraica anche remota, Bonhoeffer fu, tra i pochi oppositori a questa legge iniqua, uno dei più energici e intransigenti. Disse tra l'altro che una chiesa che avesse accettato e applicato al suo interno il "paragrafo ariano" avrebbe rinnegato il suo stesso principio costitutivo, quindi non sarebbe più stata una chiesa ma una sua diabolica contraffazione.
Ma anche questa fase del cristianesimo militante, si chiuse nel momento in cui Bonhoeffer si accorse che anche la chiesa confessante aveva, in fin dei conti, combattuto per se stessa, ma non era stata in grado di discernere quale pericolo mortale il nazional-socialismo costituisse per la Germania e per l'Europa, non aveva quindi saputo orientare il popolo tedesco nel senso di una resistenza morale, spirituale e politica a Hitler; non era stata, insomma, quello che una chiesa deve essere: coscienza critica di un popolo e sentinella nella notte, che annuncia tempestivamente la parola di Dio nel tempo in cui vive.
Proprio la Parola della Scrittura - con la quale Bonhoeffer è vissuto fino all'ultimo in rapporto intimo e quotidiano - lo ha introdotto nella terza fase della sua vita. Emigrato interiormente da una chiesa che pur essendo, in quel momento storico, la migliore di tutte, restava lontana dal vivere fino in fondo la sua vocazione, egli divenne da leone "bambino".
Arrestato e imprigionato il 5 aprile 1943 nel pieno della sua intensa attività per coltivare e ampliare una fitta rete di relazioni nelle quali si intrecciavano progetti ecumenici e iniziative politiche di resistenza a Hitler, Bonhoeffer trascorse in carcere gli ultimi due anni della sua vita, ripensando a fondo i grandi temi della fede, della vita, della storia, di Cristo e di Dio, senza indietreggiare neppure davanti alle ipotesi più audaci, ai pensieri più arrischiati. "Dobbiamo persino rischiare di dire cose contestabili, purché si riesca a toccare questioni di importanza vitale" scriveva il 3 agosto '44 e tre settimane più tardi ammetteva "a volte mi spavento delle mie affermazioni". Così nacquero le Lettere ad un amico, "cuore" palpitante di Resistenza e resa, uno dei più importanti libri di fede, di vita e di teologia del XX secolo.
Qui appare il Bonhoeffer "bambino", che con estremo candore ed estrema lucidità scopre che il mondo vive "come se Dio non ci fosse" e che Dio è presente, in veste non religiosa ma laica, nel mondo senza Dio. A partire da questa intuizione, Bonhoeffer ha ricominciato a sillabare l'abc del cristianesimo, suggerendo - sia pure solo per cenni - un nuovo linguaggio della fede. Ed è questo, indubbiamente, il Bonhoeffer "ecumenico" caro ai cristiani di tutte le confessioni. Egli era luterano e fino alla fine risaltano i tratti tipici della pietà e spiritualità luterana, imperniata sulla Parola biblica letta, meditata e assimilata, sulla preghiera e su una vita intesa come vocazione, cioè come servizio libero a Dio e al prossimo. Questo cristianesimo essenziale, egli l'ha vissuto "con i suoi fratelli" in umanità prima ancora che in fede, in questo "mondo diventato adulto", cioè autonomo e secolare, lontano dal Dio tappabuchi di tanta religione. L'ha vissuto nei termini nuovi di una laicità intrisa di fede profonda e serena ma priva di bardature religiose, in un Dio che regge il mondo non da un trono, ma da una croce, ed entra in Cristo nella sconfitta e nella morte dell'uomo. "Soltanto nel pieno essere-in-questo-mondo della vita s'impara a credere" (lettera del 21 luglio 1944). Dio stesso si laicizza, per così dire, nella passione e nella croce di un condannato a morte, e lì non ha più nulla di divino nel senso religioso del termine, ma manifesta la sua divinità nel dono totale di se stesso, nell'essere per l'uomo senza riserve. Credere significa non addormentarsi nel Getsemani ma vegliare con Cristo e prendere sul serio le sofferenze di Dio nel mondo, affrontando, insieme alla croce del Golgota, anche l'interminabile "venerdì santo" della storia, con la certezza segreta che nasce dall'annuncio di Pasqua. A motivo di Pasqua "è certo che nella sofferenza si cela la nostra gioia e nella morte la nostra vita" (penultima lettera dal carcere).
Ecco allora il valore "ecumenico" della testimonianza di Bonhoeffer: ricondurre i cristiani all'essenziale di una fede viva e disarmata, vissuta intensamente e laicamente nel cuore della storia collettiva, senza imbarazzi o reticenze - una fede che non separa e contrappone ma affratella e rende solidali.
 

di Paolo Ricca, pastore valdese
(da Graffiti, 4-2001)