Don Primo Mazzolari - "Il parroco che vorrei"

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"Dopo la Messa, il dono più grande: la parrocchia. Un lavoro forse non congeniale alla mia indole e alle mie naturali attitudini e che divenne invece la vera ragione del mio ministero... una vocazione che, pur trovando nella parrocchia la sua più buona fatica, non avrebbe potuto chiudersi in essa".
Questo, in poche parole, il testamento spirituale che ci ha lasciato don Primo Mazzolari, un prete autentico e un parroco invidiabile, sempre pronto a dare le sue migliori energie per quelli che il Signore gli aveva affidato, a condividere con i suoi, fino alla fine, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce che nella vita si provano, che non è mai stato capace di fuggire e di arrendersi di fronte ad alcuna difficoltà.
Mi sembra di vederlo, questo parroco gioviale e appassionato, dal volto sereno e dalla voce robusta, sempre in compagnia della gente nella sua Bozzolo, piccolo paese della campagna cremonese: a discutere animatamente con gli uomini in piazza davanti al circolo, a giocare a pallone con i suoi ragazzi negli assolati pomeriggi estivi, a conversare la domenica mattina con le ragazze del gruppo oppure a sera nella sede della GIAC o davanti a un focolare e a una manciata di castagne, mi sembra di sentirlo ancora contestare il perbenismo dei suoi cristiani della festa sollecitando ad una testimonianza più autentica e credibile in casa o al partito, nei campi o nelle fabbriche, e quante volte nella penombra davanti all'Eucarestia o passeggiando lentamente sul silenzio e sulla neve, confessare e perdonare ancora a nome del Signore, ascoltare e consigliare, sussurrare e correggere... insomma... anch'io avrei voluto avere don Primo come parroco e come amico.
E se per puro caso ti capita che, tornando a casa dal lavoro, accendi l'autoradio e senza volerlo riesci a sintonizzarti - dribblando fra l'ultimo pezzo di Claudio Baglioni e la prima intervista a Batistuta del lunedì - su un parlare schietto e robusto, una voce che ti scalda subito il cuore, una parola dolce ed energica, forte e delicata, profonda e appassionata e ti chiedi: ma questo, chi è? dove sta?... ecco, questo è don Primo, che parlava ai "giovani del 57" con una freschezza che oggi non senti più in giro, che vorresti cogliere e regalare ai tuoi contemporanei.
Sì, Mazzolari è stato ed è, specialmente per l'uomo e la donna di oggi, un profeta e un maestro, un testimone da incontrare di nuovo, un amico da avvicinare. Potremo gustarne la ricchezza del pensiero e l'invito all'azione attraverso la lettura dei suoi molteplici scritti, attraverso i quali espresse il suo amore e la sua speranza e per i quali soffrì e gioì in tempi difficili, potremo avvicinarne lo spirito, certamente anticipatore del Concilio, soprattutto se saremo fedeli alla nostra avventura di laici di Ac in parrocchia, per la quale spese parole bellissime:
"Non si chiuda né si spalanchi il mondo della parrocchia. Le grandi correnti del vivere moderno vi transitino, non dico senza controllo, ma senza pagare pedaggi umilianti e immeritati. L'anima del nostro tempo ha diritto ad un'accoglienza onesta.
L'Azione Cattolica ha il compito preciso d'introdurre le voci del tempo nella compagine eterna della Chiesa e prepararne il processo d'incorporazione. Deve gettare il ponte sul mondo, ponendo fine a quell'isolamento che toglie alla Chiesa di agire sugli uomini del nostro tempo.
Il parroco non deve rifiutare questa salutare esperienza che gli arriva a ondate portatagli da anime intelligenti e appassionate. Se no, finirà a chiudersi maggiormente in quell'immancabile corte di gente corta, che ingombra ogni parrocchia e fa cerchio intorno al parroco. I pareri di Perpetua son buoni quando il parroco è don Abbondio.
Occorre salvare la parrocchia dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano allegramente intorno e che molti parroci, scambiandola per un argine, accettano riconoscenti.
Per uscirne, ci vuole un laicato che veramente collabori e dei sacerdoti pronti ad accoglierne cordialmente l'opera rispettando quella felice, per quanto incompleta, struttura spirituale che fa il laicato capace di operare religiosamente nell'ambiente in cui vive".
Un laico di Azione Cattolica
Così si firmava don Primo pubblicando queste riflessioni nel '37. Confesso: pensiero più moderno ed attuale in proposito non sono ancora riuscito a trovarlo.
A tutti, quindi e particolarmente ai giovani, lo stesso interrogativo: saremo anche noi, oggi, corte di gente corta, piccoli fedeli ingombranti, oppure anime intelligenti e appassionate, capaci di autentica scelta religiosa? La sfida di don Primo e del Concilio oggi è ancora aperta!1.

LE PAROLE
Dal testamento spirituale (4 agosto 1954)
Non finirò mai di ringraziare il Signore e i miei figlioli di Cicognara e di Bozzolo, i quali certamente non sono tenuti ad avere sentimenti eguali verso il loro vecchio parroco.
Lo stesso amore mi ha reso a volte violento e straripante. Qualcuno può avere pensato che la predilezione dei poveri e dei lontani, mi abbia angustiato nei riguardi degli altri: che certe decise prese di posizione in campi non strettamente pastorali mi abbiano chiuso la porta presso coloro che per qualsiasi motivo non sopportano interventi del genere. Nessuno però dei miei figlioli ha chiuso il cuore al suo parroco.
Da: "La più bella avventura" (1934) E.D.B.
Occorrono dei santi. Tutti ormai riconoscono che la salvezza dipende dal numero di essi, dal loro coraggio e dal loro sforzo. Il mondo cerca, con angoscia, non soltanto dei giusti, che grazie a Dio non mancano nella chiesa, ma una generazione di giusti che valga anche per la città e ne corregga le istituzioni e i costumi secondo le regole della giustizia eterna del Vangelo.
Oh, se noi cristiani, in quest'ora grave, sentissimo il dovere di essere anche dei "cittadini e degli uomini", di vivere cioè sulla pubblica piazza, più che all'ombra delle sacrestie, di confonderci con la folla invece di fuggirla, amarla invece di sconfessarla, di parlarle attraverso tutte le voci che essa intende e nel linguaggio che essa comprende, di contendere con ardente carità il posto a quelli che pretendono di condurla e la conducono male; se comprendessimo, in una parola, che il nostro dovere è quello di essere "il lievito della pasta", più che dei bei torniti panini, non importa se benedetti, ma coi quali non si può nutrire una moltitudine affamata!

di Enzo Cacioli

(da Graffiti n.9-1999)