Luigi Gedda - "Dimmi chi era Luigi"

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Avete sicuramente nell'orecchio la voce di Gianni Morandi, nei panni di un giovanissimo, che ripete "Dimmi chi erano i Beatles...". Ebbene, vorrei partire da lì; all'apparenza c'entra poco con quello che vi voglio raccontare - la storia di un grande giovane dell'Azione Cattolica morto nei giorni scorsi - ma rende l'idea di quella curiosità che dovremmo avere sempre verso l'esperienza di altre generazioni.
La morte di Luigi Gedda - che con i suoi 98 anni ha attraversato il secolo - ha dato occasione ai giornali di tornare su pagine di storia recente, in cui la presenza dei cattolici ha avuto un ruolo decisivo.
In particolare in quel 18 aprile 1948, quella consultazione elettorale che consentì, con l'affermazione democristiana, la premessa per la ricostruzione e per lo sviluppo economico del nostro Paese. E soprattutto assicurò che ciò avvenisse in un quadro di libertà. A quella vittoria contribuì in maniera determinante l'orientamento espresso dalla Chiesa e la mobilitazione del mondo cattolico organizzato, in gran parte attraverso i Comitati Civici, inventati da Gedda. Uno strumento che rischierà in seguito più di una ambiguità (anche per il fatto che Gedda rimarrà Presidente dei Civici anche durante la sua Presidenza Generale dell'AC), specie nel rapporto con la DC che intanto andava radicandosi sul territorio, ma che in quel momento fu senz'altro una originale intuizione che consentiva un impegno "mediato" dei cattolici nell'agone politico senza coinvolgere in presa diretta l'associazionismo a carattere religioso.
Perché allora in questi giorni tanti commenti giornalistici hanno riproposto il Gedda "integrista" dei Comitati Civici? E perché molti giovani sanno poco o nulla di quella pagina di storia? Perché nel nostro Paese è sempre più evidente la necessità di una nuova stagione storiografica. Non si tratta tanto di seguire i revisionismi dell'ultim'ora, quanto di promuovere una ricerca libera dalle cortine ideologiche che, sarà il caso di riconoscerlo, ne hanno velato pesantemente l'ottica.
Il caso di Gedda è emblematico. Di una vita lunga spesa con singolare creatività nella costruzione di un movimento cattolico organizzato che si confrontava con i grandi movimenti ideologici, sembra rimanere solo una lettura, tutta politica, affidata ad un integralismo di segno conservatore. In realtà il percorso di Luigi Gedda è quanto mai ricco e interessante, soprattutto se lo sappiamo guardare dal punto di vista della storia religiosa.
La sua esperienza principale, la cifra che rivela l'uomo è quella che coincide con la graduale presa di coscienza del laicato cattolico. Un laicato che saprà costruire un percorso di consapevolezza fatto di formazione, di studio, di preghiera, capace di favorire la partecipazione di vaste schiere di uomini e donne di ogni età, alla vita della Chiesa. E questo anche attraverso un legame stretto con il Papa, vissuto nella coscienza di tutti davvero come "luce, meta e guida" (come indicavano le parole di "Bianco Padre", il canto della Gioventù di Azione Cattolica). Verso il Papa Gedda ebbe - come ha notato don Arturo Paoli, già assistente della GIAC - una "ostinata fedeltà" che, a ben vedere, esprime l'ecclesiologia del concilio Vaticano I, la nota di una ecclesialità senza riserve che favorisce una adesione spirituale, ma anche dell'intera vita alla Chiesa. Attraverso l'ACI, e anche attraverso l'azione di Luigi Gedda, questa fedeltà divenne patrimonio comune di migliaia di laici cristiani con frutti impensabili e "moderni" di dedizione e di consacrazione nel mondo. Tutto ciò fu possibile anche grazie a una formidabile capacità organizzativa (una dote da lui spesa con grande fantasia) e a una grande capacità nel realizzare occasioni, strumenti metodologici e strutture con cui irradiare la società di una presenza cristiana (si pensi ai medici cattolici, al Centro Cattolico Cinematografico, al Centro sportivo...). L'organizzazione era più che mai necessaria a una AC che voleva essere popolare. Nel caso di Gedda si è voluto spesso leggere questa caratteristica in chiave negativa, come trionfalismo, come massificazione, non ponendo attenzione a come dietro quei raduni, quell'organizzare le masse, ci fosse in realtà la capacità di formare capillarmente le persone. L'AC degli anni '50, quella che nel 1957 raggiunse i tre milioni e mezzo di aderenti, è stata di fatto, con le sue campagne formative, la preparazione remota che consentirà un'accoglienza diffusa della grande stagione conciliare nella Chiesa italiana.
Una storia religiosa allora, una storia capace di aprire il cuore di milioni di credenti anche verso una attenzione inedita alla vita dello Stato, alle sorti del Paese. L'Azione Cattolica, di cui Gedda fu a lungo militante e fervoroso dirigente è stata anche scuola di virtù civiche, avviando masse, che probabilmente ne sarebbero rimaste estranee, verso una più cosciente cittadinanza. Certo poi ci sono le scelte differenti delle persone, scelte che sulla misura lunga della storia rivelano la loro paradossalità (si pensi ad esempio a Gedda favorevole nel dopoguerra ad un "pluralismo partitico" dei cattolici e ad un Montini che - avendo ben compreso che, se i partiti cattolici fossero stati due, quello progressista avrebbe avuto ben pochi suffragi - si adopera per "l'unità politica" dei cattolici nella DC di De Gasperi, curandosi che la classe dirigente fosse espressione delle posizioni più aperte). Vicende, fatti, atteggiamenti personali che chiedono di essere studiati e maggiormente conosciuti. Ma alla fine questa e tutte le altre posizioni risultano piccola cosa se si guarda la storia religiosa del '900 nell'ottica in cui si diceva.
Più di un politico si è affrettato a rivendicare il testimone da Gedda. Quel testimone esiste, perché la sua biografia è una vera testimonianza; ma chi può prendere quel testimone è il laicato cattolico, specie quello organizzato (e l'AC in particolare che è chiamata, in una stagione inedita, a non dimenticare nessun passaggio della sua storia). Un laicato che dalla biografia di Gedda, come dalla storia del '900, si trova ad ereditare una sfida, ma anche una grande responsabilità per una presenza consapevole nella Chiesa e nella società.

di Ernesto Preziosi

(da Graffiti n.8-2000)