Una giovane laica: Armida Barelli

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L'incontro con i "padri" della vita associativa si sviluppa sempre nell'intreccio fra l'ammirazione per la forza innovativa da loro espressa e la consapevolezza delle mutazioni che sono intervenute. Se si parla di "madri", ossia delle protagoniste femminili dell'Azione Cattolica - nelle varie forme con le quali essa si è presentata nel tempo - la distanza fra il loro sentire e il nostro sembra essere meno condizionata dal trascorrere del tempo. Forse perché le loro vicende umane si sono sviluppate piuttosto sul piano del "sentire" e della dedizione ai progetti di altri, che sul piano dell'affermazione delle idee e delle opere da sé generate. È questa una possibile chiave di interpretazione della vita di Armida Barelli, giovane rampolla della borghesia milanese, giunta a "governare" dalla sua stessa città la Gioventù femminile di Azione cattolica di tutt'Italia fra le due grandi guerre mondiali, e a far sorgere dalle fondamenta l'Università cattolica. Spesso di lei si traccia l'immagine di una volitiva signorina che, in virtù della sua intraprendenza e della sua diplomazia, riuscì a costituire la più estesa associazione in Italia - la "Gieffe", appunto - e a dare vita al più significativo organismo di cultura cattolica nel nostro Paese. Descritta solo così, la sua biografia lascerebbe però nell'ombra gli aspetti più legati alla sua intima percezione della fede cristiana.

L'esplorazione della sua vita può assumere oggi un valore non solo di ricerca storica sul cosiddetto movimento cattolico e sulle realizzazioni che moltissimi laici credenti proposero alla coscienza dei contemporanei (e delle generazioni successive) fra Ottocento e Novecento, ma la traccia di una "regola" spirituale che anche oggi può essere feconda. È vero: Armida Barelli trattò da figlia a padre con tre pontefici: Benedetto XV, Pio XI e Pio XII, per fondare e corroborare il ramo giovanile delle Donne cattoliche. Giocò la sua credibilità di Presidente nazionale di Gioventù Fmminile su una scommessa che altri probabilmente avrebbero (o hanno di fatto) rifiutata o calcolata solo dal punto di vista dei desideri, raccogliendo a lira a lira fra le socie i fondi per la costruzione dell'Università cattolica. Si lasciò coinvolgere in progetti ambiziosi di evangelizzazione della Cina, più lontana ma forse religiosamente più accessibile a quei tempi rispetto a oggi.

Messe in fila le cose che la Barelli compì, sembra di trovarsi di fronte ad una volenterosa militante di alto rango, paragonabile a molti sacerdoti che - nello stesso arco di tempo - si trovarono a fondare congregazioni benemerite, istituzioni gloriose, missioni di frontiera. Ma faremmo torto alla sua più profonda identità se cercassimo di classificarla nel filone della "santità sociale", così come forse faremmo torto a tutti gli altri "santi sociali" se li considerassimo solamente dei realizzatori di successo di opere di carità. La vicenda della giovane Armida nasce da una autentica scoperta della vitalità della proposta evangelica. Nelle sue giornate di adolescente destinata a percorrere la trafila di tanti altri benestanti milanesi, si introduce con prepotenza la figura di Gesù, che la conquista di slancio e definitivamente al suo seguito. Ancora a distanza di anni ricorderà la profonda noia che si avverte in certi ambienti dove vale l'apparenza, e la sola preoccupazione è quella di inseguire la propria individualistica soddisfazione. Anche con questo richiamo ella faceva capire alle sue Gieffine la gioiosa chiamata all'azione che riguarda i discepoli di Cristo, e la capacità di allargare lo sguardo al mondo intero che la fede cattolica induce. La sua "milanesità" rimane come tratto tipico: gettarsi a capofitto negli impegni, guardare sempre avanti senza nostalgie, disfare ogni cosa per rifarla nuova… ma è un carattere fecondato dall'evangelo, che rimanda alla parabola dei talenti non all'attivismo cieco nel quale anche le nobili intenzioni filantropiche possono a volte cadere. Come tante altre figure della Chiesa, anche Armida tiene in giusto riserbo il suo rapporto personale con il Maestro. Benché poi anche questo debba diventare, inesorabilmente ma a beneficio di tanti, oggetto di pubblica espressione. Emerge così il suo profondo attaccamento non intellettualistico a Gesù, che in quegli anni soprattutto si sostanziava nell'immagine del Suo cuore, inteso come centro della Sua persona. L'amore così descritto e praticato verso il Figlio di Dio diventava forza inarrestabile per la costruzione del Suo regno.

È proprio qui il "salto" di qualità dalla fede bambina e tradizionalista alla fede adulta e innovativa che Armida Barelli compì una volta per tutte e rinnovò ogni giorno nella sua azione. Di fronte ad un Amore che si è donato totalmente all'uomo, non si può restare indifferenti. E se da quella donazione nasce una proposta di vita nuova, questa deve inarrestabilmente dilagare fra gli uomini. La regalità di Cristo non è tanto l'ammissione di una signoria che viene dal passato, ma la promessa di una condivisione da adesso verso il futuro. Nella silenziosa chiamata a condividere questa esperienza, rivolta a poche amiche scelte, sta forse il messaggio più maturo di una possibile fusione tra vita laicale e vita religiosa.

di Antonio Labanca
(da Graffiti, 6-2001)