XVI Assemblea nazionale, il diario

Versione stampabileVersione stampabile

Era partito tutto dal prendere lì, nello scantinato di casa sua, la valigia ormai riposta da un po'. La polvere accumulata sulla custodia non era molta ma sufficiente a ricordargli che il tempo non aspetta. Era partito tutto dal riempire quella valigia… o forse no. Forse tutto era partito molto prima quando, esattamente dieci anni indietro, aveva stretto tra le mani la sua prima tessera.

E adesso, dieci anni dopo, in occasione dei 150 anni dell’Ac, molte cose erano cambiate: i volti, le storie, erano cambiate…lui, era cambiato.

Si ritrovava in viaggio verso Roma con una responsabilità diversa, con mille aspettative e un’immensa curiosità. Verso Roma per rappresentare la sua diocesi, la sua famiglia, la sua Ac, come delegato per il settore giovani.

Erano le 17.35 del 28 aprile quando il motore della macchina si spense e, puff, un tonfo al cuore. Ora toccava a lui, bisognava scendere dalla macchina e andare a completare l’iscrizione. Ma lo spettacolo, la meraviglia che vedeva davanti ai suoi occhi era troppa, tale da impedire al corpo di muoversi. Era come paralizzato nel vedere colori, colori, colori…

Quella meraviglia non poteva fare altro che lasciare spazio al silenzio nonostante le urla di vita che gli riempivano il cuore.

Passato l’imbarazzo iniziale, proseguì…era lì per qualcosa di importante. Si diresse verso la sala al piano inferiore, cercò di farsi spazio e arrivò, passo dopo passo, alla meta. Completò l’iscrizione, prese finalmente tra le mani il suo kit: il pass, la sacca, la cartellina e tutto il materiale utile, solo più tardi sarebbe arrivata anche la sua tessera elettorale, quella che di lì a qualche giorno gli avrebbe permesso di votare per la prima volta il nuovo Consiglio Nazionale.

Era tutto un susseguirsi di eventi: lo smistamento nelle camere, la celebrazione di apertura, presieduta dal nuovo assistente generale mons. Gualtiero che, aveva affidato ad ognuno elementi preziosi per il discernimento comunitario, i saluti del presidente Matteo che, con gioia, aveva  ripercorso la storia dell’associazione ricordando i vecchi assistenti, i presidenti dei trienni passati, presenti in quella sala, i presidenti e i rappresentati dei movimenti interni all’Azione Cattolica; un pensiero rivolto anche al Fiac, Forum Internazionale Azione Cattolica, e ai tanti movimenti laicali, molti dei quali rappresentati lì, con i quali l’associazione condivide un cammino di corresponsabilità all’interno della Chiesa. E ancora la lettura della lettera che la Presidenza della CEI ha mandato a nome di tutti i vescovi italiani all’Ac per mostrare il suo sostegno e la sua gratitudine all’associazione. Vari saluti di apertura, la costituzione degli uffici elettorali, la cena e uno dei momenti attesi della prima giornata: Enzo Bianchi. “Bisogna stare tra l’atrio e la soglia delle Chiese e non nelle navate perché oggi, è li che la gente si trova. (…) Il passaggio dal sussurrare al parlare.” Era tutto racchiuso lì, in semplici frasi dal valore inestimabile.

La sua testa, ad ogni singolo intervento, ricominciava ad ossigenarsi e a capire, per la prima volta, che doveva essere lì, quello era il suo posto.

Si mise a letto, l’euforia era ancora tanta, ma il viaggio era stato stancante e doveva riposare per affrontare l’indomani.

Era l’alba di un nuovo giorno, ma la bellezza era rimasta quella del giorno prima. I sorrisi a colazione, l’emozione alla Celebrazione Eucaristica presieduta da mons. Nunzio Galantino, il quale aveva invitato ognuno ad imparare ogni cosa dal cuore di Gesù. “Gesù si impara, imparandone il cuore” diceva tra le altre cose.

Aveva invitato ognuno ad evitare di essere analfabeti di cuore.

Aveva invitato ognuno a prendere sulle proprie spalle il giogo di Dio che è legge, legge di amore.

Come un turbinio di emozioni senza fine, si era passati poi, alla relazione del presidente: “prenderci cura dell’Ac vuol dire gettare il cuore dentro di essa”… non essere un elitè bensì popolo fuori e dentro la Chiesa.

E si continuava poi con la presentazione del documento assembleare, il pranzo.

Ed è proprio sul documento assembleare che ci si sarebbe soffermati tutto il pomeriggio. “Il documento assembleare”, continuava a ripetersi… si trovava ad avere tra le mani, insieme a tante altre mani, le linee programmatiche, il sogno dell’Ac per i prossimi anni. Ne sarebbe stato all’altezza? La risposta partì dal suo cuore senza nemmeno farsi attendere: “fai parte del sogno dell’Ac, sogna con lei, realizzalo con lei”. Il tempo scorreva, il confronto nel gruppo sui vari emendamenti al documento assembleare lo avevano coinvolto, attratto, reso parte attiva, protagonista di quel sogno. Il tutto svolto in un luogo per lui suggestivo, quasi come a coronare il momento: il Centro Nazionale del quale, per la prima volta, aveva varcato la soglia. Di lì a poco lo attendeva la Preghiera Ecumenica, la cena e l’incontro con la Delegazione della sua regione.

Ma la mente lo trasportava già al giorno dopo, a qualche ora dopo… 30 aprile 2017… la festa dei 150 anni in piazza San Pietro. Ancora una volta, le sue emozioni venivano messe a dura prova, pensava addirittura di averne scoperte altre. Non c’era parola adatta per descrivere lo spettacolo di quella piazza, di quel cuore pulsante di vite, di quell’orizzonte coraggioso e testimone. La fatica per entrare era stata notevole ma ne era valsa la pena. Ci avrebbe scommesso però! Il sogno non aveva tradito la realtà, una realtà intessuta di miriadi di sogni che si concretizzavano in quelle bandiere alzate al cielo sventolanti, fiere, portatrici di gioia, di passione, di amore.

Aveva avuto la fortuna di essere lì, in alto, sui gradini di piazza San Pietro. Dietro di lui le paure, difronte il suo futuro presente, l’infinito. Tanti, tantissimi volti tutti lì, con gli occhi sgranati aspettando una sola persona: papa Francesco. Il tic tac dell’orologio veniva scandito tra musica, racconti, storia. Le lancette avanzavano e il fremito aumentava. Poi eccolo lì, con il suo timido sorriso, la sua discrezione, la sua autorità, il suo essere semplicemente Francesco. Ed era stato proprio il Santo Padre ad averli incoraggiati ad essere un popolo di discepoli missionari, a chiedere all’Azione Cattolica di vivere all’altezza della sua storia. Bisognava sporgersi in avanti e chinarsi sulle persone, li esortava ancora. Bisognava essere “Passione Cattolica”, portatori di speranza in tutti gli ambiti della vita.

Ma l’emozione raggiunse il picco quando i suoi occhi si incrociarono con quelli del papa, lì, in una frazione di secondo. Rimase attonito. In quello sguardo c’era tutto sé stesso: paure, gioie, desideri, dubbi, incertezze. In quello sguardo, in quei brividi, era palpabile la concretezza dell’affidamento totale e i suoi occhi ridevano, tanto da esplodere…silenziosamente.

E dopo una carica pazzesca, nonostante la calca, il sole, la stanchezza, era arrivato il pomeriggio e il momento di votare gli emendamenti, momento protrattosi anche nel post cena, segno questo di voler mettere le mani in pasta ed esserci dentro con tutte le scarpe.

Il pomeriggio fu scandito anche da uno dei momenti salienti dell’assemblea: la votazione del nuovo consiglio, emozionante si, ma scelta carica di responsabilità. Andò dritto, però, sapeva cosa doveva fare, sapeva dove doveva tracciare il segno, ci aveva riflettuto tanto.

Tra foto, selfie, urla, sensazioni, passò anche questa giornata.

E, così, il sole si alzò sull’ultimo giorno e tutto il “caos” di emozioni visto all’arrivo si ripropose…occhi, sorrisi, parole, abbracci, valigie, celebrazione finale e relazione del presidente intrisa di coordinate per una AC che deve vivere all’aria aperta, che deve farsi compagna di strada rinunciando a sapere in precedenza la meta; accettare di essere popolo senza mappa e risposte preconfezionate.

Ma ancora non era finita, andava approvato il documento assembleare e proclamato il nuovo Consiglio Nazionale, come avvenne negli istanti successivi.

Ed ecco che capiva il senso di quello che non aveva ancora pronunciato, ragionato, il nome dell’assemblea: “Fare nuove tutte le cose. Radicati nel futuro, custodi dell’essenziale”. Ora lo sapeva, bisognava rinnovarsi avendo però cura del talento affidatoci senza sotterrarlo bensì facendolo fruttare, sapendo che “siamo custodi dell’essenziale nel Cristo che è l’essenziale del custodire”, come gli aveva detto nell’omelia il cardinale Kevin Farrell.

Tutto era deciso, adesso lo era davvero. Aveva creduto fino alla fine in quello che il cuore aveva scelto…e allora non potè fare altro che uscire fuori, respirare, alzare gli occhi al cielo e sorridere, facendo di quel sorriso preghiera di ringraziamento per tutti i doni ricevuti in quei giorni, volati si, ma intensi, che avevano segnato un nuovo tratto del suo cammino e che, sarebbero rimati indelebili nella sua bella storia.