L'insegnamento della religione cattolica e le domande di senso dei giovani

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Le domande di senso sono ancora presenti nel percorso di crescita e di formazione di un giovane? I giovani di oggi hanno ancora delle domande dinanzi alla vita, si interrogano su ciò che accade quotidianamente? L'interrogativo si pone al centro del seminario di studio organizzato dall'Ufficio Scuola nazionale in stretta collaborazione con l'Ufficio di Pastorale Giovanile.

 

L'IRC (Insegnamento della Religione Cattolica) è espressione dell'impegno culturale della Chiesa, capace di promuovere un cammino, un curriculum, attraverso un sistema di significati che è dato dallo statuto epistemologico della disciplina stessa, che ha come elementi di fondo quelli relativi alla dimensione religiosa dell'essere umano e cioè: gli interrogativi su Dio, l'interpretazione del mondo, il significato e il valore della vita, le norme dell'agire umano.

La richiesta che nella scuola si fa sempre più chiara non è solo o tanto la riproposizione dei grandi valori quanto la possibilità di salvaguardare e mantenere l'ampiezza della stessa ragione umana, troppo spesso esaurita in un meccanismo di misurazione, e privata di quella possibilità di conoscenza dell'essere, del vero e del bello, che viene invece relegata nell'ambito dei gusti o dei sentimenti soggettivi.

"Scienza e fede hanno una complementare esigenza dell'intelligenza del reale, ma paradossalmente proprio la cultura positivista, escludendo la domanda su Dio dal dibattito scientifico, determina il declino del pensiero e l'indebolimento della capacità di intelligenza del reale". (Benedetto XVI).

L'IRC, dunque, oltre che essere una risorsa culturale, è anche uno spazio privilegiato per riflettere sulle questioni fondamentali che interpellano l'uomo e, in questo senso, in particolare per i giovani tra i 15 e i 18 anni delle scuole superiori, una singolare opportunità educativa per mettere a fuoco domande di senso e cercare possibili risposte.

Chi, nel mondo della pastorale, si dedica ai giovani e lavora per la loro autentica maturazione, non può non cogliere la portata determinante dell'IRC. Per questo motivo il seminario di studio vede coinvolti, in una collaborazione che ci si augura possa consolidarsi nell'avvenire, gli uffici della scuola e della pastorale giovanile. L'introduzione carica di pensieri positivi circa l'alleanza tra fede e ragione può essere facilmente smontata da un dato particolarmente diffuso oggi in Italia: l'indifferentismo generalizzato dinanzi la questione della fede o, per vederla con meno pessimismo, una nuova forma del credere incentrata maggiormente sulla persona.

Oggi assistiamo ad un evidente passaggio da un cristianesimo socialmente determinato ad un cristianesimo <<scelto>>. L'appartenenza religiosa non si trasmette più in famiglia attraverso una tradizione comunitaria che dà per scontata l'identità religiosa, ma tale identità è oggetto di una scelta personale e profonda. Il repertorio religioso ereditato dalla tradizione è un repertorio di possibilità per la costruzione del sé, e rispetto a cui il soggetto rivendica diritto di scelta.

Queste nuove forme del credere pongono in essere un processo nuovo per le giovani generazioni, un percorso che in un certo senso è anche di adattamento dei contenuti del credere e di invenzione. Per la maggior parte tale percorso si delinea attraverso forti contrasti interiori, spesso tali scontri avvengono tra l'esperienza personale e la tradizione religiosa esistente.

Tali contrasti si possono interpretare osservando la contrapposizione tra il desiderio di appartenenza e quello di autonomia. Da una parte si constata un desiderio di riconoscersi stabilmente in una Chiesa, un gruppo, un culto; dall'altra parte un desiderio di rimanere distinti, di sperimentare percorsi propri, che prevedano appartenenze manifestate in forme più libere.

In questa chiave di lettura l'attuale situazione giovanile circa la dimensione della fede non va interpretata con disagio e smarrimento, ma come opportunità di grande valore per una riscoperta e una valorizzazione dell'esperienza di fede.

A questo punto può sorgere una perplessità: ipotizzando una collaborazione tra Ufficio Scuola e Pastorale Giovanile viene salvaguardato il patto concordatario che descrive l'IRC come un'esperienza prettamente culturale e mai catechetica?

Certamente la risposta è affermativa. Occorre tuttavia salvaguardare un sano equilibrio che ponga sempre in dialogo chi parte dalle domande di senso per un percorso sulla religiosità dell'uomo in chiave culturale (IRC) e chi parte dalle domande di senso per un percorso di natura spirituale (catechismo, associazioni cattoliche, …).

Perché collaborare? Per più motivi:

1) perché alla base di entrambe le esperienze (religione a scuola e partecipazione alla vita ecclesiale) stanno le domande di senso.

2) perché si richiama da più parti, oggi, l'esigenza di un'alleanza educativa che metta al centro il giovane e la sua ricerca di senso.

3) perché nello scambio di contributi ci può essere una sollecitazione a crescere e a migliorare; la scuola deve guardare a come operano le associazioni e queste ultime devono guardare come opera l'insegnante nel contesto scolastico.

Il cuore di questo seminario di studio dunque non è stato lo spazio per trovare nuove piste di collaborazione, realtà che passa in secondo piano, ma le domande di senso nei giovani. Coloro che incontriamo nelle nostre associazioni hanno veramente delle domande dinanzi alla vita? Gli studenti che quotidianamente siedono dietro i banchi per formarsi e per maturare si recano a scuola portando negli zaini, o meglio nelle borse a tracolla, domande esistenziali?

La ricerca di senso appare affannosa e spesso disturbata. C'è chi si rassegna dinanzi a tale disorientamento e cerca una soluzione altrove; non nella ricerca esasperata di senso, ma nel riconoscimento di quello che ciascuno di noi propriamente è, realizzando le proprie virtù si può trovare la soluzione.

In questo caso il nichilismo, nella desertificazione di senso che porta con sé giustifica l'esistenza come l'impegno di esplicitare e far fiorire le proprie virtù.

La scuola si preoccupa di formare i giovani alla professione, e talvolta la pastorale che proponiamo si preoccupa di limitarsi a riflettere sui propri doni per poi realizzarli.

E' necessario mettersi in discussione e ridefinire la mèta.

E' urgente sollecitare ad una presa di responsabilità fondata e sollecitata dall'interpretazione del grido dei giovani. Si tratta di un "grido" forte, verso gli adulti; un grido che non lascia tranquilli e che carica di responsabilità. I vecchi modelli non funzionano più. Ripercorrono le strade superate e aumentano il disagio dell'orfanità. I giovani chiedono invece testimoni nuovi, capaci di camminare con loro e di condividere la ricerca e l'esperienza del senso e della speranza. Risulta necessario allora parlare un nuovo linguaggio. Oggi sembra di veder riaffiorare nostalgie per le affermazioni sicure, articolate, perentorie. Qui si colloca un intervento urgente.

All'interno della piattaforma linguistica odierna ci sono diverse collocazioni. Il linguaggio religioso deve sceglierne una. La comunicazione di regole matematiche, le norme giuridiche e quelle economiche esigono formulazioni precise ed esigenti. Le dichiarazioni di amore, la poesia e l'arte si collocano alla periferia di questa piattaforma. Oggi è necessario assumere un linguaggio di frontiera, non si possono seguire le regole di un linguaggio che sta al centro della piattaforma linguistica. Siamo davanti ad un gioco di libertà e responsabilità, che nasce dall'esperienza di chi condivide qualcosa della sua esistenza e si preoccupa di suscitare nuovi eventi esperienziali.

Le parole devono rifarsi all'esperienza di chi le pronuncia, altrimenti rischiano di essere parole vuote. Va forse abbandonata la lingua "matematica", quella delle certezze, per utilizzare un linguaggio dell'amore, un linguaggio tipico di frontiera. Il nuovo linguaggio è un intreccio di fatti e parole. I fatti stanno prima delle parole e le parole interpretano i fatti.

Questa inversione di tendenza richiede un grande sforzo da parte di più soggetti che collaborino tra loro. Gli attori principali di questa "conversione" sono coloro che incontrano i giovani nella scuola e coloro che li incontrano nella comunità ecclesiale. Nel confronto e nella correzione fraterna si può trovare la direzione giusta.

Nella scoperta di questo linguaggio di frontiera risulta un'importante opportunità il collegamento con l'insegnante di religione, quotidianamente a contatto col mondo della scuola. Quello da mettere in atto è un processo vitale, non intellettuale.

Per concludere si può constatare che l'insegnante di religione goda di un indubitabile vantaggio. Egli è, forse più dell'operatore ecclesiale, un educatore che cammina e opera sulla cerniera che connette la comunità cristiana e la società civile ed è chiamato a percorrere questa strada animato dalle competenze proprie della laicità, che è fondamento del nesso che lega cultura ed educazione.

Da un lato deve essere costante e quasi insistente nella responsabilità operosa di presentare all'attenzione pastorale della Chiesa locale l'intero arcipelago giovanile con cui è abitualmente in contatto. In vario modo, egli è infatti per la realtà ecclesiale la memoria scomoda di una complessità della cura educativa, che non può e non deve mai essere ignorata o rimossa per semplificare o, peggio, rendere più efficienti le forme della pastorale giovanile parrocchiale.

D'altro canto, l'insegnante di religione è, all'interno della realtà ambientale, la voce della Chiesa che non vuole e non può rinunciare a dialogare con le nuove generazioni perché solo con loro è possibile costruire un futuro più degno.

Educare è come tramare: scuola e parrocchia hanno bisogno di essere costantemente sollecitate (e qui la presenza dell'IdR e degli educatori giovanili ecclesiali è preziosissima) a non chiudersi in se stesse e ad investire risorse nella paziente costruzione di reti educative che sostengano la biografia condivisa delle nuove generazioni insieme all'azione di sostegno alla formazione di una biografia pedagogica condivisa dalla comunità educante. Questo vuol dire che nella progettazione didattica e pastorale devono essere fattivamente previste e progressivamente attuate forme visibili e possibilmente stabili di cooperazione istituzionale. I giovani non vanno visti solamente come destinatari, ma come partner di un'azione educativa condivisa in cui la loro ricerca di senso possa esprimersi mediante la cordiale partecipazione all'edificazione di una comunità sociale e di una comunità ecclesiale sensate.

 

Manuel Mussoni

Incaricato regionale SG Emilia-Romagna

 

Consigli per la lettura…

A. CASTEGNARO, 2012, "Giovani di fronte alla fede: tra il pellegrino e il convertito, in Credere oggi, Anno XXXII, n° 2, pagg. 17-31.

S. PINNA, R. TONELLI, 2011, "Una pastorale giovanile per la vita e la speranza. Radicati sul cammino percorso per guardare meglio verso il futuro". LAS. Roma.

M. PACUCCI, 2010, "Vocazioni per la pastorale". Dehoniane. Bologna.

BENEDETTO XVI, 2012, "Discorso in occasione del 50° anniversario dell'Istituzione della Facoltà di Medicina e Chirurgia Agostino Gemelli dell'Università cattolica del Sacro Cuore di Roma", 3 maggio 2012.