La lettera aperta del Vescovo Lambiasi al Beato Alberto Marvelli

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In ricorrenza della memoria liturgica del beato Alberto Marvelli il 5 ottobre, pubblichiamo la lettera aperta scritta da S.E. Mons. Francesco Lambiasi ad Alberto. Che da lassù Alberto ci accompagni nei nostri cammini!!

 

 

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(dal sito della Diocesi di Rimini)

Caro Alberto,

io non so bene come funzionino le cose lassù da voi, ma mi piace immaginare che ci debba pur essere da qualche parte nella Gerusalemme celeste un ampio, comodo balcone dal quale – non saprei dire se a turno o tutti insieme – voi, beati, angeli e santi, vi potete affacciare per scrutare dall’alto l’intero panorama del nostro minuscolo globo terrestre. Tu ricorderai certamente di aver incontrato nella Divina Commedia – quando frequentavi qui, a Rimini, il Liceo Classico “Giulio Cesare” – quel verso in cui il sommo poeta descrive la terra, inquadrata in lontananza dalcielo, come “l’aiuola che ci fa tanto feroci”. Penso che, se si trovasse a scrivere oggi il suo divino poema, Dante userebbe senz’altro la stessa espressione, ma sarebbe costretto a cambiare la metafora dell’aiuola. Infatti il villaggio globale del terzo millennio non solo non rassomiglia più a un incantevole giardino, ma semmai fa venire alla mente una giungla feroce, che oltretutto, e soprattutto a causa del devastante degrado ambientale, risulta un pianeta sporco e inabitabile, un mondo sempre meno “mondo” e sempre più “in-mondo”, insomma un gigantesco immondezzaio, altro che aiuola fiorita e verdeggiante!

In effetti oggi sulla terra il tasso di violenza rispetto al passato remoto di secoli addietro, ma rispetto anche al passato prossimo degli anni della tua esistenza terrena, è aumentato vertiginosamente, a livello esponenziale. Tu hai conosciuto gli orrori della seconda guerra mondiale, sei rimasto agghiacciato per l’ecatombe dell’Olocausto, per le bombe atomiche sul Giappone. Poi, come sai, si è registrata una escalation progressiva di guerre civili e coloniali. Ogni giorno muoiono per fame e malattie infettive ben 26mila bambini, 1 ogni tre secondi, e nella sola Rimini si contano ogni anno oltre 800 aborti, in media più di 2 al giorno.

Oggi la violenza è globale. Tre delle più grandi multinazionali sono esportatrici di droga, armi e prostituzione. E sono alimentate dall’immensa povertà e diseguaglianza del mondo, che spinge i contadini di tutto il pianeta a coltivare cocaina, eroina, e costringe milioni di donne e bambini a mettere in vendita i loro organi. Qualche settimana faabbiamo ricordato l’11 settembre 2001, quando questa violenza è esplosa davanti ai nostri occhi. Quel giorno la violenza è entrata nelle nostre case.

Ma c’è di più e di peggio. Quando i nostri fratelli e sorelle della Repubblica democratica del Congo soffrono per via della guerra, questa si collega ai paesi occidentali che vendono armi in cambio di diamanti. La morte di milioni di persone a causa dell’Aids è collegata alla resistenza delle industrie farmaceutiche a produrre versioni più economiche che consentano ai poveri di acquistarle. Del resto un’ora di caos nel traffico, la coda allo sportello affollato, le cronache metropolitane, i tiggì sugli agguati a Kabul, nel Darfur o in Cecenia ci rendono consapevoli al riguardo.

Allora mi domando: che cosa significa per noi cristiani del terzo millennio far risuonare il vangelo della terza beatitudine: “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra?”. Cosa ha voluto dire Gesù esaltando la beatitudine della mitezza? Miti, pacifici, mansueti sono nella Bibbia gli umili e i poveri che non hanno né la volontà né i mezzi per farsi giustizia da soli. Gesù è il prototipo di questi miti, alpunto da poter esclamare: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”.Al suo tempo la Palestina era percorsa da fremiti di violenza zelota verso le classi ricche del posto e verso i dominatori romani. Zeloti e sicari erano i talebani del tempo. Gesù però rifiutò decisamente ogni sollecitazione in questo senso: fuggì quando vennero per farlo re, per metterlo a capo di un movimento di resistenza armata (Gv 6,15). A Pietro, nel Getsemani, disse: “Rimetti la spada nel fodero, perché chi di spada ferisce, di spada perisce” (Mt 26,52) rinunciando così a opporre qualsiasi resistenza alla sua cattura. Alla violenza non oppose violenza; contrappose il martirio, cioè la testimonianza: “Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18,37).

Tuttavia dobbiamo stare attenti a non strumentalizzare la parola di Gesù, il quale ha rifiutato, sì, la violenza in tutte le sue forme: non soltanto la violenza nella reazione della vittima che la subisce, ma anche e prima ancora del responsabile che la provoca. Ha pronunciato un no alla vendetta da parte di chi viene colpito sulla guancia, ma prima ancora ha gridato un no molto più tremendo alla violenza di chi colpisce sulla guancia.

Caro Alberto, aiutami ora a leggere questa beatitudine della mitezza con qualche brano di quel quinto vangelo, rappresentato dalla tua vita.

All’indomani della seconda guerra mondiale, scrivevi:

«L’uomo ha perso il senso della propria dignità, dimentica il valore della vita. Troppe violenze, conseguenza dellaguerra. Esempi dei campi di concentramento tedeschi, esempi nella vita pratica di ogni giorno: assassini, furti, violenze, rapine, minacce, immoralità dilagante ed imperante. Ritornare ai principi cristiani ed umani di fratellanza. Non è con la spada che si risolvono le questioni, né con la violenza».

Ma tu sapevi bene che per vincere fuori di sé il male con il bene, bisogna sconfiggere la violenza dentro di sé. Nel tuo Diario annotavi:

«Devo assolutamente vincere i miei scatti di impazienza, ed usare invece con tutti una amorevole pazienza, ed una carità ardente. Prima di agire devo pensare a quello che faccio, e devo altresì considerare come io mi sarei comportato trovandomi nella tale occasione. Devo assolutamente perdere il vizio di giudicare il prossimo, se non voglio poi essere giudicato da Dio» (18 settembre 1938).

Ed ecco come ti ha descritto uno dei tuoi discepoli più fedeli, il nostro mitissimo e amatissimo don Fausto Lanfranchi:

«Ha una spiccata personalità; serio e affabile, riflessivo e insieme cordialmente espansivo; sincero, generoso, sempre sereno e ottimista; ride e scherza volentieri; dolce di modi; “con lui non si può bisticciare”. Sempre attento agli altri e pronto a metterne in rilievo i pregi. Umile, non polemico, capace di difendere con calore le sueconvinzioni, ma alieno da ogni atteggiamento di giudizio altezzoso, pronto invece ad aiutare tutti. Di lui colpisce soprattutto lo sguardo limpido e al tempo stesso penetrante e profondo, buono, che lo distingue da tutti gli altri giovani. Uno sguardo che pare vedere dentro, non per giudicare, semmai per aiutare>>.

Ma tu non sei mai stato un ingenuo buonista o un candido tenerone. Non sopportavi soprusi o violenze, soprattutto se offendono la fede. Ritenevi che se c’è un’aggressione, bisogna difendersi e reprimerla. Avevi braccia forti, ma più forte era l’impeto del tuo cuore nel difendere il tuo mite e dolcissimo Signore. Racconta il tuo biografo che un sabato, come al solito, tornavi da Bologna. Ti dissero che alcuni giovinastri avevano fatto quello di cui da tempo si vantavano: distrutto ilquadro del Sacro Cuore che era nella sala dell’Azione Cattolica. Tu ti proponesti di dar loro una buona lezione e intanto mettesti subito un altroquadro. Il sabato seguente, mentre ti trovavi con i compagni sul piazzale della chiesa, ti dicono: “Eccoli! Passano ora per strada”. In fretta ti togliesti la giacca, li abbordasti con parole e piombasti loro addosso con una buona dose di pugni “perché impariate a non far mai più queste cose!”.

Caro Alberto, io non so se dopo ti sarai andato a confessare per quell’eccesso di zelo. Comunque penso che hai superato il test dell’eroicità delle virtù umane e cristiane nel processo canonico alla Congregazione per le cause dei santi, perché devono aver interpretato quel gesto piuttosto caloroso come una legittima difesa del tuo inerme buon Signore.

Ora in conclusione, permettimi di tornare al nostro oggi. Oggi mitezza è parola “silenziata” nel linguaggio corrente, come lo sono le parole sorelle: umiltà, dolcezza, tolleranza, pazienza. Il nostro tempo si potrebbe definire la stagione dell’urlo, come si desume dai salotti televisivi, dai titoloni dei giornali, dai roventi dibattiti politici. Addio tolleranza, non-violenza, addio dialogo. Ha ragione sempre chi vince e vince sempre il più forte. Per lo più si pensa che mitezza e affinivalgano solo dentro i recinti delle chiese. Fuori invece tocca fare i conti con la realtà, e allora è tutta un’altra musica, o meglio è tutto – non sussurri – ma urla e grida, lotta continua, spietata guerriglia urbana. Ma ciò che preoccupa e dispiace è che anche in casa nostra una sorta di paura della mitezza abbia contagiato perfino le chiese. Si è giunti a pensare che servono i muscoli forti anche tra cristiani della stessa parrocchia, tra cattolici dei diversi schieramenti. Si grida “W il Papa!”, ma quanti sanno imitare la disarmata dolcezza di Benedetto XVI, che sa far rimare così bene severità con amabilità e fermezza con pacatezza?

Caro Alberto, permettimi una raccomandazione: abbi un occhio di riguardo per i nostri giovani cristiani. Aiutali a crescere vigorosi senza mai diventare violenti, benevoli senza mai diventare arrendevoli, pazienti senza mai diventare né indignati né rassegnati. Chiedi al tuo e nostro onnipotente, amabilissimo Gesù di ottenere per tutti e ognuno di loro la grazia di una mite fortezza e di una forte mitezza.

Ti abbraccio.

Tuo, di cuore

+ Francesco Lambiasi