Campo di servizio 2016

GIOVANI DI AC E CARITAS: QUANDO IL SERVIZIO DIVENTA GIOIA

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Campisti

Mi chiamo Francesca, ho 20 anni e vengo dalla diocesi di Belluno-Feltre. Quest’anno anche io, insieme ad altri sei giovani provenienti  da diverse zone dell’Italia, ho partecipato al Campo nazionale di servizio, organizzato dal Settore Giovani dell’Azione Cattolica in collaborazione con la Caritas di Roma.

Sin dal primo giorno abbiamo potuto conoscere più da vicino i luoghi del Centro Nazionale e tutte le persone che, ogni giorno, donano il proprio tempo all’associazione.

Un altro fatto curioso – che mi ha fatto apprezzare la dimensione nazionale del campo – l’ho sperimentato durante il primo momento di preghiera, durante la recita dei Salmi. Pur leggendo le stesse parole,  ognuno di noi pregava con un accento e una cadenza diversa: ho così vissuto la bellezza dell’essere Chiesa e del sentirmi parte dell’Azione Cattolica. Ogni persona ha la propria unicità, le proprie speranze, il proprio carattere, la propria storia personale e la propria realtà associativa, ma siamo tutti chiamati ad un unico meraviglioso servizio: sentirci amati da Dio e rispondere a questo Amore prendendoci cura dei fratelli.

Il campo ci ha permesso, soprattutto, di toccare con mano cosa significhi vivere in una situazione di povertà, sia economica ma soprattutto relazionale. Gli operatori della Caritas di Ostia ci hanno accolto e ci hanno permesso di condividere una settimana con coloro che vengono allontanati o isolati dalle altre persone, ma che sono comunque raggiunti dalla Misericordia di Dio.

Diverse sono le cose che durante la settimana mi hanno piacevolmente colpita.  Innanzitutto la mancanza di frenesia che quotidianamente ci assale: al centro Caritas c’è tempo. Tempo per parlare, per ascoltare e anche per stare in silenzio. Non sempre e non con tutti il dialogo è stato semplice, ma abbiamo avuto la possibilità di porci accanto alle persone più sole, a volte con la nostra presenza più che con le parole, come se dicessimo “Oggi non sei solo”.

Siamo ormai abituati a non cercare un contatto visivo con chi incontriamo durante la nostra giornata, come se avessimo paura di accorgerci dei bisogni dell’altro o di lasciarci guardare nel profondo. Mi ha colpito, invece, la capacità degli ospiti di incrociare lo sguardo di noi volontari, senza vergogna e senza giudizio. Molti di loro riuscivano a scorgere, nei nostri volti, dei sorrisi e a ricambiare con gioia. Sarebbe bello riuscire a rieducarci al sorriso: sorridere ai nostri cari ma anche agli sconosciuti che incontriamo per strada. Non costa nulla ed è una lingua universale che tutti possono comprendere.

Un episodio, in particolare, mi ha permesso di sperimentare un profondo senso di gratitudine da parte degli ospiti. Ero seduta in refettorio accanto a un uomo giovane, con cui avevo già dialogato in precedenza, e  stavamo cenando in silenzio. Ad un tratto ha alzato la testa, mi ha guardata negli occhi e ha detto solamente “Grazie”, con un’ intensità che raramente avevo sperimentato prima di allora. Di fronte alla mia espressione stupita ha proseguito dicendo: “Grazie per quello che fate e per il tempo che ci donate. Per noi vuol dire molto”. Tante altre sono state le manifestazioni di riconoscenza verso di noi: spesso bastano piccole attenzioni per donare un po’ di gioia e di speranza alle persone in difficoltà.

Infine sono rimasta sorpresa dalla solidità delle relazioni che si sono create, dalla fiducia riposta nei nostri confronti, dalla voglia di raccontare le proprie storie di vita, le proprie emozioni, le preoccupazioni che ognuno degli ospiti vive ogni giorno.

Cosa porterà questa esperienza nella mia quotidianità? Sicuramente non ha cambiato radicalmente il mio modo di vivere; sono riuscita, però, a cambiare il mio modo di guardare! Il modo di guardare la mia vita e tutto ciò che ho, soprattutto per quanto riguarda le persone che mi sono vicine e che mi sostengono. Ho finalmente aperto il mio sguardo quando cammino per la mia città, mi accorgo di tutte le persone che ci sono e so che ognuna di loro ha una storia, che ognuna di loro ha in sé una grande bellezza e sta all’occhio di chi guarda riuscire a scorgerla. Questa esperienza mi ha aiutata a ricordare che la Chiesa e l’Azione Cattolica non sono numeri e neanche lingue o accenti: sono volti, sguardi, cuori e mani tese.

In concreto spero di riuscire a portare la mia testimonianza a tanti altri giovani, soprattutto nella mia diocesi. Spero che sempre più realtà associative, parrocchiali o diocesane, si sentano disponibili a collaborare con le realtà già esistenti per riuscire a fare rete. Questo è il mandato che è stato affidato a me e ai miei compagni di avventura, ma che io lascio anche a ciascuno di voi. Non abbiate paura di spendervi per gli altri, perché #ilservizioèlagioia!